PARLARE D’ALTRO, PARLAR DI SE’

PARLARE D’ALTRO, PARLAR DI SE’

Un Soggetto È i suoi discorsi

Anni fa, all’università, una compagna mi racconta:

“A volte, dopo che esco da una seduta, mi sembra di aver sprecato tempo e soldi perchè, magari avevo qualcosa di importante da dire e, invece, ho finito per parlare tutta l’ora di un film appena visto. In realtà, non mi devo preoccupare perchè lei (la psicoterapeuta) anche dal modo in cui io parlo di un film capisce e prende delle cose di me che, poi, utilizzerà. Non so come faccia e non m’importa sapere cosa fa con me.”

L’ascolto interessata, inizialmente rapita dalla logica “segreta” di quei collegamenti sapientemente maneggiati. Poi, d’un tratto, in me irrompe forte e triste stupore al suo “non m’importa”. Spontaneamente, penso “invece, a me importa!” e continuo a chiedermi per qualche minuto come possa non importarle.

Anni fa, all’università, una prof.ssa racconta:

“Nell’ascoltare una mia amica parlare di un problema sul luogo di lavoro, mi è subito parso chiaro che parlasse del proprio particolare posto all’interno dell’ambiente famigliare.”

Evidentemente, quella frase è stata per me molto significativa, tanto da ritrovarmi, per un certo periodo di tempo, a fare la psicologa del “lavoro” allo stesso modo della psicologa tout court perchè, guardando bene, non ci può essere differenza. Tutti i campi in cui ci sperimentiamo ed esprimiamo sono collegati ed attraversati da nostri elementi comuni.
Anni fa, quando Umberto Eco morì, scorrendo gli aggiornamenti di Facebook, mi ritrovai più volte davanti ad un articolo, intitolato “Ricordo di uno stregone” che lo stesso autore aveva scritto in memoria del proprio incontro con lo psicoanalista Jaques Lacan. Ne riporto la parte che più mi ha affascinata.

“Eravamo a cena, parlavo d’altro, forse avevo messo troppa passione nel parlare d’altro e Lacan, con l’aria di chi parla d’altro anche lui, ha lasciato cadere una parola che mi ha fatto vedere in modo diverso una esperienza che stavo vivendo, e a cui certamente mi riferivo fingendo di parlare d’altro. Lacan aveva parlato distrattamente e mi aveva imposto di mangiare il mio Dasein. La mia vita è cambiata. Lacan non l’ha mai saputo. Eppure credo che, col fiuto di un animale divoratore d’anime, lui avesse capito che parlando d’altro io parlavo di me, e ha lasciato cadere la sua battuta, parlando d’altro, per colpire me al cuore. Non lo ha fatto coscientemente, era il suo istinto che lo portava a dire quello che ha detto. Era il suo fiuto dannato, reagiva senza riflettere, ma colpiva giusto. Non so se con quella battuta buttata per caso abbia consacrato la mia dannazione o la mia salvezza. Né so se mi stava restituendo bene per male o male per bene. Faceva (e intendo dare all’espressione il suo senso più alto) il proprio mestiere.

Questa è l’essenza di ciò che realmente m’interessa. Questo è ciò a cui siamo confrontati ogni giorno nell’eterna lotta tra far finta di non capire, non capire realmente e DIRE per poter andare un po’ più a fondo: di sè stessi, degli altri, delle nostre relazioni.
Sia Freud che Lacan hanno studiato altre materie per approfondire la psicoanalisi stessa e reperirla in altri discorsi. Questo li ha resi flessibili ed abili nel rintracciare e restituire ai pazienti elementi importanti per allinearli sempre di più ai loro veri desideri.
Questo ed altri elementi mi hanno portata a studiare recitazione perchè, nella testimonianza di Eco, non c’è solo un Lacan-psicoanalista, ma anche un Lacan-attore, che fa del tempo, del ritmo e del modo i suoi principali strumenti di lavoro.

Susanna Premate