NEL CINEMA, NELLA VITA

NEL CINEMA, NELLA VITA

Arrendersi a Cosa?

Cosa succede dentro di noi quando guardiamo un film? Quali dinamiche e meccanismi inconsci si attivano? Arianna Salatino, psicoanalista Lacaniana, si è occupata di questo tema nel suo libro intitolato Lo spettatore arreso sul godimento cinematografico. Innanzitutto, la corrente di studi ‘cinema e psicoanalisi’ non comprende solo film che trattano di problematiche psicologiche, ma riguarda tutti i film. Infatti, ciò che cambia è la lente, la prospettiva attraverso cui si guarda il film stesso. Cambia quello che si vede di un film, e in un film, perchè si utilizzano categorie, concetti specifici della disciplina psicoanalitica.
In prima battuta, ciò che mi sembra più importante evidenziare è l’identificazione inconscia che lo spettatore ha con il protagonista. Identificazione inconscia significa, non solo immedesimazione nel personaggio, ma, addirittura, sentirsi il personaggio stesso. Questo processo permette di attivare il proprio corpo a livello inconscio sentendo quanto sente il protagonista o quanto quest’ultimo vorrebbe far sentire. Anche se uno spettatore è consapevole della finzione dello schermo (ma anche di un palco), prova ugualmente emozioni, più o meno intense. Queste emozioni possono trasformarsi in stati d’animo, ossia durare per tempi più lunghi. Addirittura, anche finito un film, possiamo sentirci fortemente influenzati da quanto abbiamo guardato e ascoltato. La consapevolezza della distanza tra realtà e finzione non ci risparmia. Ci arrendiamo ugualmente e, per di più, provando piacere! Ma, a Cosa ci arrendiamo? A ciò che viene dall’Altro, a ciò che è l’Altro, a ciò in cui crede e a ciò che fa l’Altro. E, dunque, molto spesso anche a ciò che l’Altro vuole farci sentire, essere.
Questo non necessariamente è negativo. Anzi, totale chiusura all’Altro può essere denominato come narcisismo o autismo. Tuttavia, anche la perfetta coincidenza con l’oggetto desiderato dall’Altro (in psicoanalisi Lacaniana, tecnicamente, ‘oggetto piccolo a’) può essere deleteria e trovare il suo culmine nella psicosi. Lo psicotico sa solo identificarsi, non ha uno spazio per se stesso, non esiste, è preda e, al tempo stesso necessita urgentemente dell’Altro. Su questo versante, troviamo anche le personalità ‘come se’: individui che non possono godere direttamente di un tramonto o di un quadro, parassiti di altri esseri umani, che, come piante, si attaccano al nutrimento dato dagli altri. Perone che vivono ‘come se’ fossero donne, madri, mogli, ma non possono elaborare una propria identità nè di genere nè di ruolo. Non potendola elaborare, cosa fanno? Ripetono. Ripetono quanto vedono, quanto sentono, senza possibilità di scarto tra ripetizione di alcune pratiche ed improvvisazione soggettiva.
Simpatia o irritazione per un personaggio possono metterci in contatto con parti di noi che non conosciamo. Tuttavia, non penso possa esserci esatta e lineare corrispondenza tra ciò che provo per un personaggio e la caratteristica principale del personaggio stesso. Ad esempio, se provo soddisfazione quando un personaggio è crudele, non necessariamente sono crudele. Potrei anche essere buono, ma non sopportare le ingiustizie.
Dopo queste riflessioni ed argomentazioni, ci si potrebbe chiedere: se con un film tutto questo, Cosa con la vita? Infatti, questi meccanismi di identificazione inconscia a personaggi di film sono gli stessi che avvengono nella vita. O, meglio, al contrario, ciò che avviene nella vita è artificialmente ricreato nel cinema. Un bambino assorbe, vive e fa suo ciò che accade in famiglia, primariamente, e, secondariamente, negli ambienti che maggiormente frequenta. Paure, desideri, mentalità, ragionamenti, reazioni e schemi di vita possono essere trasmessi anche senza la necessità di parole. Saperlo cognitivamente può non aiutare perchè è come cinema: so che c’è una distanza tra me e lo schermo, tra me e le scene che mi hanno fatto provare determinate emozioni e stati d’animo, tra me e ciò che sono diventato, ma lo sono comunque.
Perlomeno, fino a che qualche altra spinta inconscia non mi dia accesso a qualcosa di nuovo. Questa spinta, in linguaggio psicoanalitico, si chiama transfert ed avviene tra uno psicoanalista ed un paziente, ma anche sotto altre forme, a volte, purtroppo, non riconosciute o adeguatamente trattate. Non per cattiveria o egoismo, ma magari semplicemente perchè uno non ne ha gli strumenti. Oppure, li ha, ma non sa come usarli. O ancora, li ha, sa come usarli, ma non con tutti. O, se vogliamo, il destinatario resiste e non si arrende.
Ma come può esistere un essere umano che non si arrende se siamo strutturalmente nati e costruiti da questa resa?

Susanna Premate