JUSTINE, JUSTICE

JUSTINE, JUSTICE

Giustizia, verità, identità

Il nome Justine richiama in lingua Inglese e Francese la parola ‘Justice’, che in Italiano significa giustizia. È proprio questo il nome che il noto scrittore De Sade decide di affidare ad una delle protagoniste femminili dei suoi libri. Infatti, tra le varie opere, ritroviamo Justine: ovvero le disavventure della virtù e Juliette: ovvero le prosperità del vizio.
Justine e Juliette sono due sorelle che vivono e studiano in un collegio. Il padre è un ricco banchiere che va in fallimento e muore di dispiacere. La madre lo segue un mese più tardi. Così, le figlie devono cavarsela da sole.
Lo scrittore sceglie il nome Justine per rimandare alla ‘Justice’, alla giustizia. Infatti, una delle figlie sceglie la via del bene, della giustizia e dell’onestà, ma si ritrova sempre vittima di vari carnefici. Al contrario, il nome Juliette rimanda all’ilarità. Infatti, l’altra figlia sceglie la via del male, della menzogna e della cattiveria, trovando posto accanto ad un ricco barone, ma sentendosi sempre più vuota. Justine e Juliette rappresentano due modelli estremi ed opposti di costruzione della propria identità.
Innanzitutto, questa storia mostra come stessi contesti famigliari ed educativi possono produrre percorsi di sviluppo e risultati assai diversi. In psicologia dello sviluppo, questo concetto prende il nome di principio di multi-finalità. Al contrario, il principio di equi-finalità evidenzia come condizioni di partenza diverse possono portare agli stessi risultati. Dunque, l’identità, la personalità può giocare un ruolo molto importante all’interno dei differenti ambiti di vita. Secondo questa prospettiva, non è prioritario analizzare mancanze, errori e soprusi del contesto familiare infantile del soggetto, quanto piuttosto la capacità di resistenza ed inventiva dello stesso. Questo concetto prende il nome di resilienza. Personalmente, non credo né alla priorità del contesto famigliare né a quella della resilienza. Infatti, non si può sapere con certezza, ma solo immaginare, come un soggetto sarebbe cresciuto in altre condizioni famigliari ed ambientali. Per un soggetto può aver più importanza lavorare sulla storia infantile per poi passare allo sviluppo di proprie capacità personali. Per un altro soggetto può andare bene il percorso opposto. Per un altro soggetto ancora può essere opportuno alternare e mischiare le due direzioni di lavoro. Inoltre, il lavoro sulle capacità individuali può contribuire a modificare gli ambienti che il soggetto frequenta e, per soggetti più piccoli (bambini, adolescenti e giovani-adulti), un lavoro con la famiglia può apportare sostanziali modifiche sul soggetto stesso.
Insomma, non importa da dove e come partire, ma l’importante è farlo.
La storia di Justine e Juliette mi fa pensare anche al frequente meccanismo di difesa dell’isolamento dell’affetto, ossia di ricordare esperienze traumatiche o disfunzionali non provando emozioni a riguardo. Questa difesa può essere utile al soggetto per un determinato periodo di tempo. Tuttavia, quando si cronicizza, non permette più al soggetto di provare emozioni né positive né negative. Tutto questo può portare all’anedonia, al non sentire nulla. Justine è sempre in contatto con se stessa e con la propria verità, anche se soffre. Juliette si abitua a farsi cambiare dagli ambienti che frequenta, adattandosi e sentendosi vuota.
Dunque, ci sarà una via d’uscita o un compromesso tra l’essere Justine o Juliette?

Susanna Premate