I VIZIATI

I VIZIATI

Mancanza e desiderio

A differenza della serie tv Spinning Out, il film I viziati ci mostra l’altro lato della medaglia: giovani che non fanno niente e che pensano solo a divertirsi. Un ricco imprenditore ha tre figli, due maschi e una femmina che passano le giornate tra feste in piscina nella villa di famiglia e shopping sfrenato di qualsiasi tipo. Non hanno sviluppato interessi, talenti o capacità perché il contesto famigliare non li ha spinti, sollecitati, obbligati. Un giorno, il padre si rende conto della situazione e decide di porvi rimedio mediante una finzione: si finge povero e ricercato dalla polizia per scorrettezze commesse. Scappa con i figli in una vecchia casa in campagna e gli chiede di lavorare. Un figlio maschio e la figlia femmina accettano di darsi da fare, ma è molto evidente che non sappiano adattarsi al mondo in cui vivono. Il ragazzo si reca in un’agenzia del lavoro e le sue aspettative, in termini di qualità e retribuzione, per i nulli titoli posseduti, sono parecchio visionarie. Alla fine, inizia a guidare un carretto per i turisti della città e da lì incontra altri ragazzi che fanno questo lavoro con cui fa amicizia e riesce ad organizzarsi per creare una realtà migliore. Da una sua collezione di scarpe, si scopre appassionato di marketing e mette a frutto il proprio talento. La ragazza va a lavorare come cameriera. Inizialmente, si arrabbia molto quando viene trattata male dai clienti e vuole andarsene perché non è rispettata. Un conoscente, che l’ha presa a lavorare, le fa capire che la sua realtà adesso è questa, così la ragazza accetta il Reale. In un secondo momento, riuscirà a mettersi in società con il fratello. Da donna interessata solo alle cose più superficiali, inizia ad esprimere aspetti di se stessa più sensibili e profondi. Inoltre, sfrutta molto anche il proprio potenziale cognitivo che, fino a quel momento, non aveva bisogno di usare.

E che ne è dell’ultimo figlio? Lui non riesce a scontrarsi con la realtà e rimane a casa con il padre, preferendo mangiare ciò che trova in strada. O, almeno, inizialmente. Successivamente, aiuta il padre a rimettere a posto la casa per dare il proprio contributo.

Quindi, che cosa possiamo ricavare da questo film? Come al solito, l’insegnamento è duplice: la mancanza può portare sia alla valorizzazione di se stessi, scoperta e messa a frutto di propri desideri e passioni, ma, al tempo stesso, può portare all’annichilimento. Infatti, i ragazzi che al giorno d’oggi non studiano né lavorano provengono da famiglie appartenenti a diversi ranghi economici e possono rappresentare situazioni molto rischiose se perdurano per un certo periodo.

Ma è solo la mancanza che può indurre un soggetto a prendere consapevolezza delle proprie potenzialità e metterle a frutto? Non facciamo di tutta l’erba un fascio, ci sono anche molti ragazzi e tanti giovani che riescono a mantenersi sulla “retta” via anche in famiglie ricche e benestanti. Pensiamo al successo della serie Harry Potter: pur avendo la possibilità di divertirsi per il resto della vita, Emma Watson ha deciso di laurearsi, continuare a lavorare ed impegnarsi in campagne sociali perché avere degli obiettivi la fa sentire motivata; al contrario, molti altri sono caduti in un godimento mortifero, dilapidando il patrimonio e assumendo droghe.

In questi anni, mi sono fatta molti interrogativi sui Neet, giovani che non studiano e non lavorano, e gli Hikikomori, che rimangono a casa tutto il giorno. Ragazzini dai 15 a uomini di oltre 30 che rimangono chiusi per anni nella propria stanza. Ho immaginato un intervento simile a quello di questo film: cosa succederebbe se non avessero una propria stanza? Si darebbero da fare per uscire di casa? Starebbero sul divano di casa? Urlerebbero contro i propri genitori per la situazione in cui sono? Si suiciderebbero? Probabilmente, queste ipotesi possono essere tutte vere perché dipendono dalla particolarità del soggetto e dalla forza che ha per affrontare il mondo, la propria ansia sociale, la propria fallibilità, ultimamente troppo attutita dai genitori.

Insomma, l’intervento del padre de I viziati esprime, quella che in psicoanalisi Lacaniana, si chiama Legge o Nome del Padre, castrazione che, se assunta, ci permette di vivere una vita all’interno di limiti sicuri e umanizzanti. Ci permette di avere e perseguire una propria direzione e un proprio posto nel mondo. Quando questa castrazione non avviene, si può parlare di soggetto affetto da psicosi perché, senza limiti, non ha nemmeno le basi per costruirsi una propria identità e perderà il suo tempo nel passare da un’identificazione all’altra senza capire chi è veramente, cosa vuole veramente, che senso ha per lui il mondo.

Susanna Premate