GIOVANI E SUICIDIO

GIOVANI E SUICIDIO

Sapere troppo, sapere poco

Tra i numerosi suicidi dei giovani, quello di Marco di Legnano mi colpisce particolarmente.
Aveva ottenuto diversi diplomi e lauree, ma non aveva mai lavorato. Il padre si lamentava di questa situazione e continuava a ripetere al figlio di trovarsi un lavoro. La situazione é precipitata e Marco ha ucciso prima il padre e poi se stesso.
Ho letto la notizia ed i commenti sui social network. Mi ha colpita la durezza con la quale Marco é stato definito scansafatiche. Inoltre, molte persone hanno detto che il ragazzo avrebbe potuto contemporaneamente lavorare e studiare, come fanno la maggior parte dei ragazzi. Questa generalizzazione non tiene conto del mondo interno e delle problematiche del ragazzo. Non é mia intenzione scusarlo o giustificarlo, ma solo approfondire clinicamente la questione del passaggio da scuola a lavoro.
A differenza di molti suicidi per esami non superati e lauree non ottenute, Marco era stato in grado di portare avanti le sue scelte. L’incapacitá di mettersi alla prova con dei lavori e la perenne corsa ai titoli mostrano insicurezza e perfezionismo.
Perché esiste chi senza titoli raggiunge grandi risultati e chi, con vari titoli, non riesce a buttarsi?
Che ruolo hanno infanzia e crescita in tutto questo? Cosa ne é della capacitá del soggetto di filtrare critiche e credere in se stesso?
Se da una parte é vero che la conoscenza é infinita e che ci si puó sempre migliorare, dall’altra é anche giusto e doveroso rischiare, affrontando di volta in volta gli ostacoli che si presentano.

A mio avviso, la forte e paralizzante inibizione di Marco sarebbe dovuta essere trattata clinicamente. Critiche e derisioni non possono scalfire né muovere un’identitá cosí rigidamente costruita (o non costruita). Inoltre, sono spesso controproducenti perché cristallizzano ed esasperano il modo in cui un ragazzo si sente guardato e, perció, si guarda.
Chiediamoci anche perché un genitore puó avere un figlio che non riesce a crescere. Qual’é il suo ruolo in tutto questo? Quali sono le reali (inconsce) credenze che ha su suo figlio? Cosa puó esserci di lui che trattiene il figlio? Timore di non avere altro, di perdere un ruolo, sentirsi superato, esser giunto alla fine? O, ancora, di aver dato la vita a qualcuno radicalmente diverso da sé?
I figli, bambini o adulti che siano, possono occupare il posto che sorregge l’identitá di uno o entrambi i genitori. Arroccarsi da quel posto é compito e responsabilitá di ognuno di noi, soprattutto quando l’amore per la non-separazione intralcia il cammino.

Susanna Premate